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'Madama' Penelope trapiantata a S. Arcangelo, storia di una rivoluzionaria

SANT’ARCANGELO – “La scuola di maglia”, il secondo “figlio di carta” del giovane autore lucano Gerardo Ferrara, sarà presentato a Sant’Arcangelo sabato 28 maggio.

Ferrara, classe 1978, è nato in Basilicata. Dopo la laurea in scienze politiche, e la specializzazione in Vicino Oriente, ha soggiornato a lungo all’estero per motivi di studio e di lavoro. Dal 2006 lavora a Roma, e, in qualità di ricercatore, si occupa di storia, geopolitica internazionale, di  cristianesimo e culture e religioni del Vicino Oriente. Continua a coltivare la sua passione per la letteratura e per la scrittura. Si ricorda che “L’assassino di mio fratello”, il suo romanzo di esordio, pubblicato nel  2013, «una ricostruzione romanzata e arricchita della parabola evangelica del figliol prodigo», per dirla con Marco Modugno, è stato segnalato nella sezione narrativa dell’edizione 2014 del premio letterario nazionale Carlo Levi.

“La scuola di maglia”, scritto con uno stile linguistico accurato e brillante, sembra realizzare una digressione dai consueti percorsi letterari. Già secondo alcuni meriterebbe di diventare un classico del suo genere, che, senza smarrire una vena narrativa moderna e  accattivante, non sfigurerebbe in un ipotetico confronto con i 'mostri sacri' della letteratura italiana regionale, da Fogazzaro a Deledda.

Il romanzo ha decisamente un’ambientazione lucana. Nel 1946, in un paese di cui non si conosce il nome, ma che le ambientazioni, i paesaggi e le atmosfere riconducono a Sant’Arcangelo, della Provincia di Potenza; Penelope, la giovane e affascinante piemontese, vedova del conte lucano Eligio Morra, abita da sola, ridotta in povertà, nell’immenso, ma decadente, palazzo nobiliare. Lotta  quotidianamente per sopravvivere e si lascia trasportare in intrighi e amori torbidi. Malgrado la sua povertà, non rinuncia ad abitini di lusso, attillati e dai colori accesi, e al trucco, che scandalizzano una ancora troppo acerba mentalità paesana. A causa di una frana sopravvenuta nel rione in cui vive, Penelope è costretta dal suo amante Antonio (che la “mantiene” tra ricatti e angherie) ad accogliere in casa propria la famiglia di una popolana. La nobildonna supera la sua avversione nei confronti della plebe e mette in piedi un piccolo laboratorio di lavoro a maglia che dà il titolo al romanzo. Accende nelle allieve una bellezza e una femminilità sepolte fra logori stracci, colori smunti e anni di prevaricazione da parte degli uomini. Emerge, quindi, la dura condizione delle donne del tempo e tutta la poeticità della difficile lotta tra maschile e femminile, tra tradizione e modernità rappresentata da Penelope.

Come osserva acutamente Modugno, «Ferrara trova il coraggio di scrivere un dramma vissuto dal punto di vista femminile, nel quale i pochi personaggi maschili sono relegati al ruolo di spalla delle formidabili protagoniste; e si dimostra un acuto studioso dell'altra metà del cielo».
Il racconto delle vicissitudini della 'madama' piemontese, trapiantata, suo malgrado, in un piccolo borgo della Lucania, una volta divenuta vedova, e i difficili anni dell'immediato dopoguerra, sono narrati con leggerezza e agilità stilistica allo scopo di rilevare, infine,  il carattere eccentrico «di una delle protagoniste più aspre e insopportabili» della letteratura, come sottolinea Modugno. Capricciosa, sofferente, ma battagliera come Rossella O’Hara.

Attorno alla donna, sul palcoscenico costituito dalla grande casa padronale lasciatale dal defunto marito, e dalle poche zone del paese, prima fra tutte la piazza del caffè, nelle quali ella azzarda a spostarsi di tanto in tanto, una nutrita pattuglia di comprimari che, senza mai rubarle la scena, si affacciano nel  racconto lasciandosi apprezzare per la loro umanità. La scuola domestica di maglia si trasforma presto, per Penelope, da pretesto di evasione dai dolori esistenziali, a percorso di emancipazione delle donne del paese, queste ultime ormai pronte a prendere coscienza e a riappropriarsi  della propria femminilità e libertà.

«La mia Penelope, come la Penelope di Ulisse - così spiega l’autore la liaison con la terra di Basilicata - è una donna che “grida” e si aggrappa ad ogni costo alla vita, alla bellezza, o, almeno, a quelle briciole di bellezza che le restano, per non morire. Penelope tesse, mentre attende, e si barcamena tra le avversità con artifizi femminili. Insieme alle sue amiche - aggiunge – queste donne rappresentano un mondo che ho cercato di capire già a partire dalla mia infanzia, in casa, tra le nonne, fra le donne paesane nei vicoli del centro valligiano, con i suoi sapori, colori e profumi cangianti a seconda delle stagioni»,  ricorda l’autore che riesce, pur lasciandone rimanere sulla pagina, in filigrana, anche le negatività,   a mantenere vivo, attraverso la sua opera attualissima «questo piccolo mondo antico» , omaggiando quelle donne e quella realtà che lo hanno ispirato. In questo senso, quella di Ferrara sembra un’analisi ineccepibile.

Valeria Gennaro

Il Quotidiano del Sud, BasilicataNotizie.

Gerardo Ferrara

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